Nel precedente intervento, dedicato alla dirigenza pubblica e al valore pubblico, ho provato a mettere a fuoco una tensione strutturale che attraversa la pubblica amministrazione: quella tra competenza tecnica, indirizzo politico e capacità di generare risultati concreti. Una tensione che non può essere risolta una volta per tutte, ma che va abitata ogni giorno.
Vale allora la pena fare un passo in più e spostarsi dal piano dei principi a quello della pratica. Cosa significa davvero, nella quotidianità, esercitare autonomia responsabile nella pubblica amministrazione?
Autonomia responsabile: cosa significa davvero per un dirigente pubblico
Significa, innanzitutto, accettare che il proprio ruolo non si esaurisce nell’esecuzione. Il dirigente pubblico è chiamato a dare attuazione agli indirizzi politici, ma anche a renderli sostenibili, efficaci, concretamente realizzabili. E questo, inevitabilmente, apre spazi di valutazione, interpretazione e talvolta di tensione.
Ci sono momenti in cui l’autonomia si esercita nel modo più discreto: nel tradurre un obiettivo generico in un’azione amministrativa coerente, nel coordinare strutture che parlano linguaggi diversi, nel prevenire criticità prima che emergano.
E ci sono momenti, meno comodi, in cui l’autonomia richiede qualcosa in più.
Fedeltà e lealtà nella pubblica amministrazione
Ad esempio quando un obiettivo appare difficilmente realizzabile nei tempi o nei modi indicati, oppure quando una scelta rischia di produrre effetti distorsivi rispetto all’interesse generale. In questi casi, la differenza tra fedeltà e lealtà – già richiamata nel precedente intervento sulla dirigenza pubblica e valore pubblico – diventa concreta.
La fedeltà porterebbe a eseguire comunque, magari proteggendosi formalmente.
La lealtà, invece, chiede di esporsi professionalmente: rappresentare le criticità, proporre alternative, assumersi la responsabilità di un punto di vista tecnico.
Non è un passaggio neutro. Richiede competenza, ma anche equilibrio e senso delle istituzioni. Perché non si tratta di contrapporsi al decisore politico, ma di contribuire a migliorare la qualità delle decisioni.
In questo senso, l’autonomia responsabile non è una forma di indipendenza, ma una forma evoluta di collaborazione, ed è uno degli strumenti attraverso cui si costruisce valore pubblico nella pubblica amministrazione.
Valore pubblico e gestione interna: dove si gioca davvero
C’è poi un altro aspetto, spesso sottovalutato: l’autonomia si gioca anche “verso l’interno”.
Un dirigente che esercita davvero il proprio ruolo non si limita a trasmettere obiettivi, ma costruisce contesti di lavoro in cui le persone possono comprendere il senso di ciò che fanno. La gestione dei collaboratori diventa così uno spazio decisivo: è lì che le politiche prendono forma concreta, attraverso competenze diffuse, motivazione e responsabilità condivise.
Anche qui si ripropone, in forma diversa, la stessa alternativa: controllo o responsabilizzazione, mera esecuzione o partecipazione consapevole.
Autonomia responsabile e relazione con l’esterno
Infine, l’autonomia responsabile si misura nella capacità di stare in relazione con l’esterno. L’ascolto degli stakeholder, di cui spesso si parla in termini generici, diventa uno strumento operativo: serve a correggere, adattare, migliorare. Non è un adempimento, ma una componente essenziale della qualità amministrativa.
In definitiva, esercitare autonomia responsabile nella pubblica amministrazione significa accettare una posizione non sempre comoda, ma decisiva: quella di chi tiene insieme esigenze diverse senza semplificarle.
È un equilibrio che non si improvvisa e che non si delega.
Ed è, probabilmente, uno dei luoghi in cui si gioca davvero la qualità della nostra amministrazione. Anche quando non è visibile.
Roberto Finardi

